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    Paola Foggetti
  • 23 giu
  • Tempo di lettura: 3 min
A cura di Paola Foggetti
A cura di Paola Foggetti

Il termine matrescenza (dall’inglese matrescence) indica il complesso processo di trasformazione psicologica, biologica, relazionale, sociale e identitaria che accompagna la transizione alla maternità.

Il concetto è stato introdotto dall’antropologa medica Dana Raphael negli anni Settanta per descrivere il passaggio alla condizione materna come un vero e proprio processo evolutivo, analogo per profondità e complessità all’adolescenza.

La matrescenza non coincide con il parto né con la semplice acquisizione del ruolo di madre, ma rappresenta un percorso dinamico di riorganizzazione dell’identità personale e relazionale che può iniziare durante la gravidanza e proseguire per mesi o anni dopo la nascita del figlio.

La matrescenza come transizione evolutiva

Dal punto di vista della psicologia dello sviluppo, la matrescenza può essere considerata una crisi evolutiva normativa, ovvero un periodo di cambiamento prevedibile che richiede l’acquisizione di nuove competenze adattive.

Durante questo processo la donna affronta:

o   la ridefinizione della propria identità;

o   la trasformazione del corpo;

o   il cambiamento delle relazioni familiari e sociali;

o   la riorganizzazione delle priorità e dei valori;

o   la costruzione del legame di attaccamento con il bambino.

La letteratura contemporanea evidenzia come la maternità non rappresenti semplicemente un evento, bensì una profonda transizione biopsicosociale.

Dimensione neurobiologica

Negli ultimi anni le neuroscienze hanno mostrato che la gravidanza e il puerperio sono associati a significativi processi di rimodellamento cerebrale.

Sono state osservate modificazioni in aree coinvolte in:

o   elaborazione emotiva;

o   empatia;

o   mentalizzazione;

o   riconoscimento dei segnali del neonato;

o   regolazione dello stress;

o   comportamento di cura.

Tali cambiamenti sono sostenuti dall’azione di ormoni come:

o   ossitocina;

o   prolattina;

o   estrogeni;

o   progesterone;

o   cortisolo.

La matrescenza può quindi essere considerata anche una fase di elevata plasticità neurobiologica.

Dimensione psicologica

Sul piano psicologico la matrescenza comporta un intenso lavoro di integrazione identitaria.

La donna è chiamata a conciliare differenti aspetti del Sé:

o   donna;

o   partner;

o   professionista;

o   figlia;

o   madre.

Possono emergere vissuti apparentemente contraddittori:

o   gioia e paura;

o   amore e ambivalenza;

o   gratitudine e senso di perdita;

o   entusiasmo e vulnerabilità.

La presenza di tali emozioni non è necessariamente indice di disagio psicopatologico, ma costituisce spesso una componente fisiologica del processo di adattamento.


Dimensione relazionale e dell’attaccamento

La teoria dell’attaccamento offre una chiave interpretativa particolarmente rilevante.

L’arrivo di un figlio riattiva frequentemente:

o   modelli operativi interni;

o   memorie implicite di accudimento;

o   rappresentazioni delle proprie figure genitoriali.

In questa prospettiva la matrescenza implica una rielaborazione della propria storia relazionale e può rappresentare un’importante opportunità di crescita personale e trasformazione intergenerazionale.


Matrescenza e salute mentale perinatale

Una delle acquisizioni più importanti della ricerca contemporanea è la distinzione tra Matrescenza fisiologica e Psicopatologia perinatale.

 

La Matrescenza è caratterizzata da:

o   oscillazioni emotive;

o   senso di incertezza;

o   ridefinizione identitaria;

o   adattamento progressivo.

Psicopatologia perinatale comprende:

o   depressione perinatale;

o   disturbi d’ansia;

o   disturbo ossessivo-compulsivo perinatale;

o   psicosi puerperale.

La mancata comprensione del fenomeno della matrescenza può portare alla patologizzazione di esperienze normali di transizione, mentre una corretta conoscenza consente di distinguere i processi adattivi dalle condizioni cliniche che richiedono intervento specialistico.

Una lettura in chiave PNEI

Nell’ambito della Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI), la matrescenza può essere interpretata come un processo di profonda riorganizzazione sistemica che coinvolge simultaneamente:

o   sistema nervoso;

o   sistema endocrino;

o   sistema immunitario;

o   dimensione psicologica;

o   ambiente relazionale.

La qualità delle relazioni di supporto, il livello di stress percepito, la regolazione emotiva e le pratiche di autocura influenzano significativamente l’adattamento materno e il benessere della diade madre-bambino.

Matrescenza e mindfulness

Le pratiche mindfulness applicate alla gravidanza e alla genitorialità favoriscono:

o   consapevolezza corporea;

o   regolazione emotiva;

o   accettazione dell’incertezza;

o   riduzione dello stress;

o   sviluppo della sensibilità materna;

o   costruzione di una relazione più consapevole con il bambino.

 

In questo senso la mindfulness può essere considerata una risorsa per accompagnare la donna attraverso le trasformazioni della matrescenza, sostenendo processi di adattamento, resilienza e crescita post-traumatica.

Possiamo definire dunque, la matrescenza, come un processo evolutivo biopsicosociale e relazionale che accompagna la transizione alla maternità, caratterizzato da profonde trasformazioni neurobiologiche, psicologiche, identitarie e interpersonali, finalizzate all’adattamento al ruolo materno e alla costruzione della relazione di attaccamento con il bambino.

Eurekacademy E.T.S. 13 dicembre 2025 h 17:00 Circolo Sportivo Montecitorio               Via dei Campi  Sportivi 5 - Roma
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A cura del dott. Gianluca Bruti e della dott.ssa Paola Foggetti


Le Sindromi Algiche del distretto Cranio-Cervico-Mandibolare, patofisiologia, correlati psicobiologici degli stili di attaccamento e trattamenti integrati.

Dopo il Seminario, ultimo di quest'anno, come di consueto, ci sarà la festa di fine anno per celebrare insieme la chiusura di questo speciale anno accademico 2025.

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SEMINARIO EUREKACADEMY SABATO 27 GENNAIO

Il sistema motivazionale dell’Attaccamento rappresenta un bisogno primario psicobiologico

 che caratterizza la vita dell’uomo fin dalla nascita e perdura per tutta la vita.

Il Sistema dell’Attaccamento rappresenta le fondamenta su cui si fonda la struttura della personalità.

 

Dagli studi osservazionali sul comportamento tra la diade madre-bambino sviluppati e approfonditi da circa un secolo, nasce negli anni ’60 del secolo scorso una teoria (riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale), definita dal suo fondatore John Bowlby, la Teoria dell’Attaccamento, la quale postula che l’essere umano nasce con una predisposizione innata, frutto della selezione evoluzionistica, a chiedere cura, aiuto, protezione dai pericoli e conforto dal dolore. Questa disposizione innata ed universale viene completata in maniera individualizzata dalla concreta esperienza di relazioni di cura (accudimento) da ogni individuo, avvenuta all’interno della famiglia, e poi in altri rapporti interpersonali.

Essa è la base del fenomeno relazionale indicato dal termine “attaccamento”.

(J. Bowlby, 1907-1990, psichiatra infantile e psicoanalista)

 

Gli studi misero in evidenza stili di Attaccamento sicuro e insicuri determinandosi come modelli organizzati nella mente del bambino.

L’organizzazione psicobiologica/comportamentale sicura garantisce un’attivazione funzionale del sistema di attaccamento da parte del bambino nel momento del bisogno e una disattivazione del sistema quando questo è soddisfatto; mentre l’organizzazione insicura di attaccamento predispone il bambino a reazioni disadattive nell’attivazione a chiedere cura

Nel corso degli anni ulteriori studi misero in evidenza che alcune reazioni del bambino nella relazione con il caregiver risultavano molteplici, complesse e non organizzate come si evidenziavano negli stili insicuri osservati fino a quel momento.

Dalle innumerevoli ricerche emerse che quando la figura genitoriale non era solo fonte di sicurezza per il piccolo ma anche di spavento, di incertezza e di imprevedibilità, il sistema psicobiologico del bambino non poteva organizzarsi in alcun modo e rischiava di sviluppare uno stile di attaccamento disorientante che venne definito disorganizzato.

Oggi sappiamo bene che i bambini con stile di Attaccamento disorganizzato devono trovare strategie difensive per far fronte alla loro sopravvivenza.

E quindi, la comunicazione implicita ed esplicita di messaggi contraddittori e paradossali da parte del caregiver impone al bambino di gestire un conflitto interno che però è irrisolvibile: attivarsi e chiedere aiuto o allontanarsi dalla fonte di pericolo che però è la stessa che dovrebbe garantirne l’esistenza.

La disorganizzazione dell’Attaccamento, se non risolto, ha importanti ripercussioni anche nell’età adulta. Ne sono esempi le problematiche relazionali in età infantile e adulta, i disturbi cronici della regolazione emotiva/neurovegetativa, le personalità borderline, i disturbi della disregolazione degli impulsi e abuso di sostanze, disturbi psicosomatici, le comorbilità con i disturbi post-traumatici, ecc..

Nonostante le complesse difficoltà i numerosi studi ci garantiscono anche efficaci interventi di cura sia in età evolutiva che in età adulta!





GRAZIE A TUTTI DELLA PARTECIPAZIONE ATTIVA E DEGLI SCAMBI MOLTO INTERESSANTI!

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