• Paola Foggetti

Adattamento consapevole in un'epoca in cambiamento

Aggiornamento: 19 ott 2021


Il termine Adattamento in psicologia è fortemente agganciato al concetto di Resilienza, cioè la capacità che ci permette di fronteggiare i momenti difficili della vita, le avversità ambientali, i dolori personali, le malattie, etc. e di riemergere con maggiore forza e conoscenza.

Iniziamo a porci delle domande: perché è importante sapersi adattare alle avversità della vita? Come essere umani siamo predisposti biologicamente a questo? Quali sono i meccanismi che ci permettono l’adattamento? E quando, invece, l’adattamento non è possibile o risulta deficitario? Quanto incide l’ambiente esterno per il nostro adattamento alle avversità? Quali sono i processi fondamentali che ci rendono resilienti? Quali sono i segnali psicobiologici da valutare?

Proviamo a trovare delle risposte partendo dal concetto di RELAZIONE.

La vita è relazione: dal micro al macro organismo e sistema, dal biologico al sociale e viceversa, in continua interazione tra essi; in biologia tra piante e animali, nelle sinapsi chimiche, elettriche ed elettromagnetiche; in psicobiologia, in forma di network complessi tra sistemi e apparati del corpo umano e degli animali; tra gli interi organismi viventi e gli ambienti esterni (climatici, geografici, etc.).

Tutti i sistemi in relazione orientano l’ADATTAMENTO.

Mi piace parlare di Adattamento Evolutivo nell’uomo, quando mi riferisco alla capacità dell’intero organismo di essere “creativo” e rigenerativo, che in ultima analisi, esso correla con la Neuroplasticità cerebrale, ovvero la capacità del nostro cervello di creare o rinnovare cellule e collegamenti neurali.

Sappiamo che anche il nostro DNA può esprimersi in modo plastico, l’epigenetica ce lo mostra: la ricerca mette sempre più in evidenza l’importanza dei fattori epigenetici nel modulare l’attività dei nostri geni e nel modificare l’espressione di alcuni geni.

Un altro concetto importante che ci aiuta a comprendere come ci adattiamo è l’Allostasi.

L’organismo umano non funziona come un mèro “termostato” (Omeostasi), ma risponde in modo variabile, valuta gli stimoli salienti ambientali e modifica i suoi valori fisiologici per il migliore adattamento possibile. Il nostro cervello crea delle previsioni di quanto sta per accadere, sulla base della sua memoria e delle sue aspettative, oltre che dai segnali sensoriali e dai feedback provenienti dalle risposte motorie, neurormonali, etc. (Sterling, 2012, “Allostasis: A model of predictive regulation”, Physiology & Behavior, 106, pp. 5-15).


Quindi sulla base di queste previsioni il cervello umano analizza le informazioni sensoriali che riceve, elabora simulazioni e predizioni anche sul lungo termine, valuta gli errori e le incongruenze fra sensazioni e predizioni e cerca di minimizzare questi errori sulla base delle energie a disposizione, della memoria e della consapevolezza (Barrett, 2017, “The theory of constructed emotion: an active inference account of interoception and categorization”, Soc Cogn Affect eurosci, 1-23).

L’organismo umano è dunque, allostatico e la centralina è il cervello: valuta gli stimoli ambientali e modifica i suoi valori fisiologici (mente e corpo), sulla base di: esperienze passate, stato ambientale, alimentazione, caratteristiche personali, etc. (McEwen & Gianaros, 2011, “stress- and Allostasis-Induced Brain Plasticity”, Annual Review of Medicine, 62, pp. 431-45).

Lo stress, il corpo e la percezione: il carico allostatico.

I segnali che arrivano dal corpo sono fondamentali per calibrare la risposta di stress: tutti i sistemi psicobiologici si attivano e se l’organismo, nella sua totalità mente corpo non riesce ad attuare il riposo e il recupero delle energie, rimane in uno stato di allerta e i sistemi si logorano, fino all’esaurimento delle risorse disponibili per fronteggiare in maniera adattiva le avversità (Payne & Crane-Godreau 2015, “The preparatory set: a novel approach to understanding 64†550 stress, trauma, and the bodymind therapies”, Front Hum Neurosci, 9: 178).

In altre parole, quando lo sforzo per risolvere “un problema” diviene eccessivo, si entra in uno stato di carico allostatico, si inizia a consumare troppe risorse, l’organismo può diventare: a) troppo sensibile, eccitabile e irritabile, b) troppo poco sensibile o esausto. Come ci mostrano i grafici (McEwen & Gianaros 2011, “stress- and Allostasis- Induced Brain Plasticity”, Annual Review of Medicine, 62, pp. 431-45).

La resilienza ai tempi del corona virus.

In questa epoca di pandemia mai come ora sono cresciute in modo esponenziale i disturbi psichiatrici e le malattie, nei bambini, negli adolescenti e anche negli adulti. Erano tutti soggetti «fragili»?

Oppure quello che sta accadendo ci impone di riorganizzare in senso psicobiologico «le fondamenta» del nostro sistema Nervoso di Relazione e di Adattamento?

La condizione protratta di continua richiesta di adattamento, non è stata e non è ancora, solo altamente stressante, ma mina le nostre capacità innate di adattamento, che sono quelle che ci permettono di fare dei salti maturativi, ovvero le "buone" relazioni percettivo/affettive organismo ambiente, di cui tutti hanno bisogno per mantenere la salute durante l’arco della vita, mentre i soggetti fragili ne hanno la priorità assoluta.

Essere resilienti, quindi, significa recuperare, stimolare e non perdere queste capacità innate adattative, le quali fanno parte di un processo vitale unitario, quindi in relazione, tra organismo e contesto ambientale opportuno e responsivo.

Per acquisire e sviluppare l’adattamento, in età adulta, divenire consapevoli è il primo passo, ma la consapevolezza non basta se non si tiene conto della «resilienza di base».

Da un punto di vistra psiconeurobiologico abbiamo bisogno di attuare un processo che in psicologia cognitiva è chiamato: Assimilazione, mentre in termini neurobiologici è chiamato: Riorganizzazione neuronale. Quando non abbiamo la possibilità di trovare una soluzione ai nostri problemi di salute, quando non riusciamo a trovare una base sicura a cui attingere e trovare conforto, allora dobbiamo orientarci a capire in quale modo possiamo aiutarci. Talvolta è necessario intervenire sui nostri MOI (Modelli Operativi Interni), gli schemi mentali che contengono credenze emozioni e sensazioni somatiche co-create durante l’età evolutiva, che risultano disfunzionali e insicuri …

Non è cosa da poco. La vera consapevolezza passa attraverso una riscrittura della nostra vita e delle nostre risposte ad essa, e solo allora essa si presenta come un fenomeno resiliente e di adattamento evolutivo.

Da dove iniziare.

Proviamo a riconoscere le nostre emozioni, esse sono il faro, la nostra guida, anche quelle più disturbanti come la paura, la rabbia, la vergogna, il disgusto, la tristezza, la disperazione … Quando siamo confusi e disorientati non è facile… e quindi proviamo ad accogliere le nostre fragilità per ricercare nutrimento. Impariamo a condividere e a chiedere conforto, aiuto a chi è disposto ad ascoltarci, senza giudicare. E quando ci sentiremo più forti, potremo lottare contro le avversità quotidiane e compiere scelte consapevoli che ci orientano a una vita in salute.


foto in copertina Carlo Corti